Ingrid Betancourt in Italia
Quando una sera qualsiasi dopo un comodo viaggio
in auto da Verona a Bologna ti ritrovi a tu per tu con Ingrid Betancourt
dopo sei lunghi anni di attesa e di speranze, scopri improvvisamente
di non riuscire ad aprir bocca. Cosa puoi dire tu semplice uomo con
in tasca il telefonino di ultima generazione, abituato alle comodità
irrinunciabili di questa epoca, di fronte a quegli occhi così
indifesi e terribilmente scavati da un dolore che non puoi nemmeno immaginare…
L’unico gesto che mi è venuto spontaneo è stato
di dare una timida carezza a quelle mani, neanche tanto belle, ma piccole
e forti che hanno vinto la paura di non farcela a sopravvivere.
Ecco qui improvvisamente davanti a me il piccolo viso della
mia cara dolcissima Ingrid.
Solo Dio sa quanto abbiamo pregato affinché ce la facessi a riprenderti
la vita, questa maledetta insostituibile e preziosa vita rubata a te ed
a molti altri tuoi compagni. Solo Dio conosce le tue sofferenze, le sofferenze
di tutti i sequestrati che forse non ce la faranno mai a ritornare a casa.
Cosa vuoi che ti chieda Ingrid...non posso che sedermi e rimanere muto
ed attento ad ascoltare le tue parole piene d’amore e non di odio
verso questo ingiusto sistema che ha sfiancato il tuo meraviglioso paese:
la Colombia.
Quando abbiamo scambiato alcune parole il tuo primo pensiero è
stato di ricordare quanto importante e preziosa sia la libertà
di tutti coloro che ne sono privati.
Hai lottato per la libertà del tuo Paese.. di quella libertà
tu stessa ne sei stata privata per lunghi sei anni.
Ora parli, al pubblico
attento di Bologna che ti aspettava con ansia, degli affetti negati, delle
battaglie che hai dovuto combattere per ricevere notizie della tua famiglia
mentre eri là, nel nulla della tua bellissima selva davvero oscura.
Hai conosciuto l’inferno che volevi combattere, dove anche le anime
buone non hanno avuto altra scelta per sopravvivere se non quella di arruolarsi
e di diventare tuoi carnefici.
Anche questo è stato ed è il tuo Paese, quello dei dimenticati,
dei vincitori ma soprattutto dei vinti.
La cumbia, quella musica che trasmette ritmo, felicità e gioia
di vivere non ha demolito le strade del terrorismo e dell’oppressione
fisica; ancora la cultura del più forte, del più arrogante
ha preso il sopravvento sulla genialità e sulla creatività
del tuo dolce popolo.
La Colombia così bella e feroce ti ha fatto invecchiare precocemente
e per non ferirti a morte ti ha costretto ad un altro esilio da dove puoi
davvero raggiungere il mondo.
Ora sei qui davanti a tutti noi ed ogni tanto le tue parole
si fermano. Tu abbassi gli occhi, riprendi fiato e gli occhi di tutte
le persone che hanno davvero un cuore cominciano a brillare di commozione.
Sei la nostra figlia, anzi ora sei figlia del mondo Ingrid, perché
è al mondo che ora appartieni. Come al mondo appartiene la tua
causa, la Fondazione Ingrid Betancourt che è nata con te e da tutte
le persone che per questi lunghi anni ti hanno sostenuto. Noi ti chiediamo
di ricominciare nuovamente a camminare e di lottare per ottenere il bene
che tanto hai desiderato per le persone più sfortunate, per i popoli
oppressi e per gli oppressori.
Come Rigoberta Menchiù il tuo dolore deve essere un faro nel mondo
dell’ingiustizia, solo così il tuo sacrificio avrà
un senso, il tuo dolore, che ha riempito l’Aula Magna a Bologna
quella sera,
non vogliamo vederlo mai più.
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